infortunio sul lavoro- malattie professionali- beneficio della rivalutazione contributiva per esposizione all’amianto e prescrizione decennale

02/02/2017 n. 2852 -

FattoDiritto

1. La Corte pronuncia in camera di consiglio ex art. 375 c.p.c., a seguito di relazione a norma dell’art. 380-bis c.p.c., condivisa dal Collegio.
2. La Corte di appello di Salerno, riformando la decisione di primo grado e in accoglimento del gravame svolto dall’INPS, rigettava la domanda proposta dall’attuale ricorrente, intesa ad ottenere il riconoscimento del beneficio della rivalutazione contributiva per esposizione all’amianto ex art. 13, comma 8, della legge n. 257/1992 e successive modifiche, in relazione all’attività lavorativa svolta alle dipendenze della M. Sud S.p.A.
3. Per la Corte territoriale era maturata, nella specie, la prescrizione decennale decorrente dalla data di pensionamento (rilevando che, senza ulteriori atti interruttivi, la domanda giudiziaria nei confronti dell’I.N.P.S. era stata presentata dopo la scadenza del suddetto termine di prescrizione).
4. Avverso tale sentenza la parte ricorrente in epigrafe indicata propone ricorso per cassazione fondato su plurimi motivi.
5. L’I.N.P.S. ha depositato procura in calce alla copia notificata del ricorso.
6. L’INAIL ha resistito con controricorso.
7. Per il principio della ragione più liquida (che, imponendo un nuovo approccio interpretativo con la verifica delle soluzioni sul piano dell’impatto operativo piuttosto che su quello tradizionale della coerenza logico-sistematica, consente di sostituire il profilo di evidenza a quello dell’ordine di trattazione delle questioni cui all’art. 276 cod. proc. civ., con una soluzione pienamente rispondente alle esigenze di economia processuale e di celerità del giudizio, ormai anche costituzionalizzata: cfr., in termini espressi, Cass. 11 novembre 2011, n. 23621 e, indirettamente, sulle conseguenze di tale postulato in materia di giudicato implicito, Cass., sez. un., 12 ottobre 2011, n. 20932; Cass., sez. un., 9 ottobre 2008, n. 24883; Cass., sez. un., 18 dicembre 2008, n. 29523; Cass. 16 maggio 2006, n. 11356) il ricorso deve essere respinto sulla base della soluzione della questione relativa alla prescrizione (in continuità con la giurisprudenza di questa Corte, ex multis, Cass. 15965/2015 ed altre numerose conformi, coeve e successive, anche della sesta sezione della Corte), assorbente ogni altro mezzo d’impugnazione, pur se logicamente subordinata, senza il necessario previo esame di tutte le altre censure.
8. Sul rilievo in ordine alla genericità dell’eccezione di prescrizione, questa Corte ha da tempo affermato che, in tema di prescrizione estintiva, elemento costitutivo della relativa eccezione è l’inerzia del titolare del diritto fatto valere in giudizio, mentre la determinazione della durata di questa, necessaria per il verificarsi dell’effetto estintivo, si configura come una quaestio iuris concernente l’identificazione del diritto stesso e del regime prescrizionale per esso previsto dalla legge.
9. La riserva, alla parte, del potere di sollevare l’eccezione implica che ad essa sia fatto onere soltanto di allegare il menzionato elemento costitutivo e di manifestare la volontà di profittare di quell’effetto, non anche di indicare direttamente o indirettamente (cioè attraverso specifica menzione della durata dell’inerzia) le norme applicabili al caso di specie, l’identificazione delle quali spetta al potere – dovere del giudice, con la conseguenza, da un lato, non incorre nelle preclusioni di cui agli artt. 416 e 437 cod. proc. civ. la parte che, proposta originariamente un’eccezione di prescrizione quinquennale, invochi nel successivo corso del giudizio la prescrizione ordinaria decennale, o viceversa; e dall’altro lato, che il riferimento della parte ad uno di tali termini non priva il giudice del potere officioso di applicazione (previa attivazione del contraddittorio sulla relativa questione) di una norma di previsione di un termine diverso (cfr., Cass. SU, 10955/2002; Cass. 21377/2004; 25025/2006; 11843/2007; 21752/2010; 1064/2014).
10. La Corte di appello, nella specie, nell’esaminare l’eccezione di prescrizione (tempestivamente sollevata dall’I.N.P.S., con la comparsa di costituzione nel giudizio di primo grado, e riproposta in sede di appello), ben poteva d’ufficio, nell’ambito della quaestio iuris ritualmente devoluta, determinare il regime prescrizionale applicabile ed identificare il termine di decorrenza della prescrizione.
11. La giurisprudenza di legittimità ha da tempo affermato, anche con riferimento alle domande giudiziarie avanzate da soggetti già pensionati, che ciò che si fa valere non è il diritto al ricalcolo della prestazione pensionistica, ovvero alla rivalutazione dell’ammontare dei singoli ratei erroneamente (o ingiustamente) liquidati in sede di determinazione amministrativa, bensì il diritto a un beneficio che, seppure previsto dalla legge “ai fini pensionistici” e ad essi, quindi, strumentale, è dotato di una sua specifica individualità e autonomia, opera sulla contribuzione ed è ancorato a presupposti propri e distinti da quelli in presenza dei quali era sorto (o sarebbe sorto) – in base ai criteri ordinari – il diritto al trattamento pensionistico (v., con ampia motivazione cui si rinvia, Cass. n. 15008/2005).
12. Che, nella specie, si tratta di rivalutare non l’ammontare di singoli ratei sibbene i contributi previdenziali necessari a calcolare la pensione originaria, è stato riconosciuto, fra le tante da Cass. nn. 12685/2008, 7527/2010, 8926/2011; 6331, 7934, 13578 del 2014.
13. Il carattere costitutivo del procedimento amministrativo e dell’azione in giudizio diretto al riconoscimento del beneficio contributivo per esposizione all’amianto, attesi i vincoli sostanziali, temporali e procedurali posti dalla legislazione in materia, è stato del pari ribadito più volte (cfr. Cass. nn. 1629, 11400, 14531, 14472, 20031 e 20032 del 2012; 27148/2013; 4778/2014), così come che la protezione costituzionale del diritto previdenziale – che ne determina l’imprescrittibilità – “non si estende a tutte le singole azioni relative alla costituzione della posizione contributiva” (v. Cass. nn. 7138, 12052 del 2011).
14. Che l’esposizione all’amianto e la sua durata sono “fatti”, la cui esistenza è conosciuta soltanto dall’interessato, tenuto, pertanto, a portarli a conoscenza dell’ente previdenziale onerato dell’applicazione del moltiplicatore contributivo attraverso un’apposita domanda amministrativa e a darne dimostrazione, è stata anch’essa valorizzata (v. Cass. 11399/2012).
15. Che, nella specie, non si dibatte del diritto all’adeguamento della prestazione previdenziale già ottenuta, è stato affermato da Cass. 6382/2012.
16. L’intervento del Giudice delle leggi (Corte cost. n. 71/2010), ha ribadito che il diritto a pensione è “fondamentale, irrinunciabile e imprescrittibile” e ha dichiarato non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 2, comma 504, della L. 24 dicembre 2007, n. 244, ritenendo che: “la norma censurata non contrasta, poi, con gli artt. 31 e 37 della Costituzione, in quanto non incide sull’an del diritto alla pensione, ma solo marginalmente sul quantum, laddove il mancato aumento del trattamento previdenziale goduto da chi, alla data di entrata in vigore del d.lgs. n. 151 del 2001, già era in pensione, non vale a far considerare tale emolumento insufficiente ai fini della tutela imposta dalle norme costituzionali indicate”.
17. Risulta, dunque, consolidata la giurisprudenza di legittimità sulla configurabilità del beneficio della rivalutazione contributiva della posizione assicurativa come un diritto autonomo rispetto al diritto a pensione (solo questo primario ed intangibile – Cass. SU, 9219/2003) che sorge in conseguenza del “fatto” della esposizione ad amianto e determina una maggiorazione pensionistica avente in un certo qual modo natura risarcitoria, e ciò perché nel sistema assicurativo-previdenziale la posizione assicurativa, nonostante la sua indubbia strumentalità, “costituisce una situazione giuridica dotata di una sua precisa individualità”, potendo spiegare effetti molteplici, anche successivamente alla data del pensionamento, e costituire oggetto di autonomo accertamento.
18. Non si è in presenza di una prestazione previdenziale a sé stante ovvero di una pretesa all’esatto adempimento di una prestazione previdenziale (pensione) riconosciuta solo in parte, ma di una situazione giuridica ricollegabile ad un “fatto” in relazione al quale viene ad essere determinato – in via meramente consequenziale -, con la maggiorazione, il contenuto del diritto alla pensione (“la disposizione di cui all’art. 13, comma 8, della legge n. 257 del 1992 |…| non ha istituito una nuova prestazione previdenziale, ma soltanto un sistema più favorevole di calcolo della contribuzione per la determinazione della pensione” – così Corte cost. 376/2008).
19. Il lavoratore, laddove abbia la consapevolezza della esposizione ad amianto, può, a prescindere dalla questione se sia o meno pensionato e da quando, agire in giudizio, previa domanda amministrativa, per far valere il suo autonomo diritto; non, dunque, per rivendicare una componente essenziale del credito previdenziale da liquidarsi ovvero già liquidato (parzialmente), bensì per chiedere qualcosa di nuovo e di autonomo.
20. In coerenza con tale orientamento e proprio perché vi è differenza tra diritto alla rivalutazione contributiva e diritto alla pensione nonché diritto ai singoli ratei, la prescrizione del diritto alla rivalutazione è definitiva c non può incidere solo sui singoli ratei (di maggiorazione).
21. Nella fattispecie in esame la Corte territoriale, con motivazione in fatto che non ha formato oggetto di specifica censura da parte della ricorrente (ancorché nella prospettiva della novella di cui all’art. 54, primo comma, lett. b, del d.l. 22 giugno 2012, n. 83, convertito dalla legge 7 agosto 2012, n. 134, nei termini chiariti da Cass., SU, n. 8053 del 7 aprile 2014), ha ritenuto che detta consapevolezza fosse coincisa con il pensionamento (essendo già a tale data “nota e rimediabile la lesione del già maturato diritto alla maggiorazione contributiva); era da tale momento che il lavoratore poteva agire in giudizio.
22. Né vale ad incidere sul regime della prescrizione nei termini indicati, l’art. 1, comma 115, della legge 190/2014, trattandosi di norma che attribuisce solo ad alcune categorie di assicurati ed in presenza di determinati presupposti (e così, in particolare, agli assicurati “all’assicurazione generale obbligatoria, gestita dall’I.N.P.S., e all’assicurazione obbligatoria contro le malattie professionali, gestita dall’I.N.A.I.L., dipendenti da aziende che hanno collocato tutti i dipendenti in mobilità per cessazione dell’attività lavorativa, i quali abbiano ottenuto in via giudiziale definitiva l’accertamento dell’avvenuta esposizione all’amianto per un periodo superiore a dieci anni e in quantità superiori ai limiti di legge e che, avendo presentato domanda successivamente al 2 ottobre 2003, abbiano conseguentemente ottenuto il riconoscimento dei benefici previdenziali di cui all’articolo 47 del decreto-legge 30 settembre 2003, n. 269, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 novembre 2003, n. 326”) il più favorevole incremento contributivo di cui all’art. 13, co. 8, 1. 257/1992, a condizione che ottemperino all’onere di presentare all’I.N.P.S. apposita istanza amministrativa entro il termine del 30 giugno 2015 (come prorogato dall’art. 12-vicies bis del D.L. 31 dicembre 2014, n. 192 convertito, con modificazioni, nella legge 27 febbraio 2015, n. 11).
23. In conclusione il ricorso va rigettato.
24. Il consolidarsi solo in epoca successiva al deposito del ricorso della richiamata giurisprudenza consiglia la compensazione delle spese del giudizio di legittimità.
25. La circostanza che il ricorso sia stato proposto in tempo posteriore al 30 gennaio 2013 impone di dar atto dell’applicabilità del d.P.R. n. 115/2002, art. 13, comma quater, nel testo introdotto dalla L. n. 228/2012, art. 1, comma 17 (sulla ratio della disposizione si rinvia a Cass. Sez. Un. 22035/2014 e alle numerose successive conformi) e di provvedere in conformità.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso, spese compensate. Ai sensi dell’art. 13,comma 1-quater, d.P.R. 115/2002, dichiara sussistenti i presupposti per il versamento, a carico della parte ricorrente, dell’ulteriore importo, a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso ex art. 13,comma 1 -bis.
Così deciso in Roma, il 14 dicembre 2016

infortunio sul lavoro e carenza di prova dell’occasione di lavoro

02/02/2017 n. 2849 -

FattoDiritto

1. La Corte pronuncia in camera di consiglio ex art. 375 c.p.c., a seguito di relazione a norma dell’art. 380-bis c.p.c., condivisa dal Collegio e non infirmata dalla memoria depositata dalla parte ricorrente.
2. Il Tribunale di primo grado rigettava la domanda proposta dall’attuale ricorrente – nei confronti dell’lNAIL, per il riconoscimento del diritto a rendita, per i postumi derivati da un infortunio sul lavoro, per il quale l’Istituto gli aveva riconosciuto l’inabilità temporanea, e per la ricaduta circa otto mesi dopo l’infortunio occorsogli – per avere omesso di fornire qualsiasi prova in ordine alle modalità dell’infortunio.
3. A seguito di gravame interposto dall’attuale ricorrente, la Corte di appello di Catanzaro, con sentenza del 15/6/2012, confermava la decisione di primo grado, richiamando i principi affermati da Cass. 1642/2012; ribadiva la carenza di prova dell’occasione di lavoro, in riferimento all’infortunio occorso nel febbraio 2003, risultando agli atti soltanto la dichiarazione del lavoratore sulle modalità dell’infortunio, senza alcun riscontro testimoniale o documentale.
4. Per la cassazione di tale decisione ricorre M.G., affidando l’impugnazione ad un motivo con il quale, denunciando vizio motivazionale, si duole che la Corte territoriale abbia erroneamente interpretato il provvedimento dell’INAIL, di riconoscimento dell’inabilità giornaliera temporanea per l’infortunio occorso nel febbraio 2003, escludendone la valenza di riconoscimento dell’evento come infortunio sul lavoro; deduce l’omessa motivazione sull’idoneità dell’attestazione INAIL del 31 marzo 2003, quanto all’inabilità conseguente all’infortunio, nella misura del tre per cento, e come tale al di sotto della soglia indennizzabile, a qualificare l’evento del febbraio 2003 come infortunio sul lavoro.
5. Resiste, con controricorso, l’INAIL.
6. Il ricorso è qualificabile come manifestamente infondato.
7. Come più volte affermato da questa Suprema Corte, in tema di assicurazione contro gli infortuni sul lavoro, il provvedimento affermativo del diritto all’indennità giornaliera per inabilità temporanea vale esclusivamente ad attribuire il detto beneficio, ma non esprime la volontà dell’Istituto assicuratore di vincolarsi al riconoscimento di tutte le possibili prestazioni ricollegabili all’avveramento dell’infortunio, in relazione alle quali la diversa fattispecie di volta in volta considerata dalla legge esige la ricorrenza di specifici requisiti e l’espletamento di un’apposita procedura amministrativa, strumentale all’accertamento dell’esistenza dell’obbligazione previdenziale e all’adempimento della stessa.
8. Trattandosi, peraltro, di materia della quale l’Istituto previdenziale non può disporre a mezzo di atti negoziali, il riconoscimento dell’inabilità temporanea (all’esito del quale l’INAIL ha liquidato la relativa indennità giornaliera attestando un’inabilità temporanea del tre per cento) non solo non equivale a confessione in ordine ad un infortunio indennizzabile ma non produce neppure i limitati effetti di cui all’art. 1988 c.c. e neanche può assumere rilievo per l’ammissibilità dell’indennizzo per tutte le prestazioni esigibili dall’Istituto.
9. E, del resto, la stessa revoca (non per fatti sopravvenuti) o la mancata continuazione dell’erogazione di una prestazione, che sia stata in un primo tempo riconosciuta dall’ente previdenziale, si risolvono in una contestazione dell’esistenza del diritto e questo comporta che l’attore debba provare il fatto costitutivo dell’obbligazione, che non può identificarsi nel riconoscimento a suo tempo effettuato (cfr. Cass. 1642/2012 e gli ulteriori precedenti ivi richiamati).
10. La Corte territoriale, facendo corretta applicazione al caso di specie dei principi appena esposti, ha escluso che l’inabilità giornaliera temporanea riconosciuta dall’Istituto potesse incidere ai fini della valutazione del nesso causale, della qualificazione del fatto e della indennizzabilità delle inabilità denunciate, affermando, con motivazione immune da censure e da vizi logici, che il lavoratore non aveva offerto alcuna prova dell’infortunio occorso, in data 7 febbraio 2003, in occasione della prestazione lavorativa, per essere rimasta priva di riscontri, testimoniali o documentali, la dichiarazione resa dal lavoratore medesimo sulle modalità dell’evento.
11. Tale proposizione non è stata, peraltro, fatta segno di ulteriore censura posto che il ricorrente ha evocato solo genericamente attività istruttorie formulate, l’espletamento delle quali sarebbe stato precluso dalla statuizione della Corte di mento.
12. In conclusione il ricorso va rigettato.
13. Le spese, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza.
14. Pur essendo il ricorso notificato dopo l’entrata in vigore della novella al d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1- quater, che apporta innovazioni al regime delle spese di giustizia per il caso di rigetto dell’impugnazione, il ricorrente, risultando ammesso al gratuito patrocinio, non deve essere onerato delle conseguenze ivi previste, vale a dire del pagamento aggiuntivo collegato al rigetto integrale o alla definizione in rito dell’impugnazione (cfr., ex multis, Cass. 2023/2015; 18523/2014).

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali liquidate in euro 100,00 per esborsi, euro 2.000,00 per compensi professionali, oltre accessori di legge e rimborso forfetario del quindici per cento. Ai sensi dell’art.13, comma 1-quater, d.P.R. 115/2002, dichiara insussistenti i presupposti per il versamento, a carico della parte ricorrente, dell’ulteriore importo, a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso ex art. 13, comma 1 -bis
Così deciso in Roma, il 15 dicembre 2016

domanda per il riconoscimento dell'indennizzo in relazione alla malattia professionale. ricorso inammissibile

01/02/2017 n. 2683 - sez VI

FattoDiritto

La Corte di appello di Bologna ha confermato la sentenza del Tribunale della stessa città che aveva rigettato la domanda di G.Y. volta al riconoscimento dell’indennizzo in relazione alla malattia di natura professionale accertata dall’Istituto.
La Corte territoriale ha escluso che la sentenza fosse nulla evidenziando che la motivazione della decisione era integrata per relationem alla consulenza disposta in primo grado, conformemente a quanto disposto dall’art. 118 disp. att. c.p.c. nel testo novellato dalla legge n. 69 del 2009 attraverso una succinta esposizione dei fatti rilevanti e delle ragioni giuridiche della decisione. Inoltre sottolinea che con la nota integrativa all’elaborato peritale si è tenuto conto dei rilievi mossi dal ctp.
Per la cassazione della sentenza ricorre G.Y. che articola due motivi con i quali denuncia l’omessa insufficiente e contraddittoria motivazione in relazione ad un punto decisivo della controversia e la violazione ed errata applicazione degli artt. 111 comma 2 Cost, 6 e 47 CLDU, 132 c.p.c. e 118 disp. att. c.p.c..
L’Inail si è difeso con controricorso.
Tanto premesso il ricorso è inammissibile sotto vari profili.
Il primo motivo di ricorso è inammissibile sia perché propone censure che mirano a sollecitare un nuovo esame delle emergenze dell’istruttoria svolta, sia, ed ancor prima, perché non riportano il contenuto delle note aggiuntive redatte dal consulente che la Corte ha accertato che avevano dato una compiuta e convincente risposta alle osservazioni critiche formulate dal consulente di parte all’elaborato peritale.
Va poi rammentato che l’art. 360, primo comma, n. 5, cod. proc. civ., riformulato dall’art. 54 del d.l. 22 giugno 2012, n. 83, conv. in legge 7 agosto 2012, n. 134, introduce nell’ordinamento un vizio specifico denunciabile per cassazione, relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia). In cassazione è denunciabile solo l’anomalia motivazionale che si tramuti in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sé, purché il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali, cosicché tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione.
Il secondo motivo, con il quale ci si duole nella sostanza del fatto che la Corte territoriale abbia ritenuto adeguata la motivazione per relationem della sentenza di primo grado, è carente nella specificazione del contenuto della sentenza che si assume essere stata erroneamente ritenuta sufficientemente motivata.
In nessuna parte del ricorso, infatti è riportato il contenuto della sentenza di primo grado che si assume essere totalmente inesistente.
In conclusione per le ragioni esposte il ricorso deve essere dichiarato inammissibile.
Le spese seguono la soccombenza e sono liquidate in dispositivo.
La circostanza che il ricorso sia stato proposto in tempo posteriore al 30 gennaio 2013 impone di dar atto dell’applicabilità dell’art. 13, comma 1 qnater, d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, nel testo introdotto dall’alt. 1, comma 17, legge 24 dicembre 2012, n. 228. Invero, in base al tenore letterale della disposizione, il rilevamento della sussistenza o meno dei presupposti per l’applicazione dell’ulteriore contributo unificato costituisce un atto dovuto, poiché l’obbligo di tale pagamento aggiuntivo non è collegato alla condanna alle spese, ma al fatto oggettivo – ed altrettanto oggettivamente insuscettibile di diversa valutazione – del rigetto integrale o della definizione in rito, negativa per l’impugnante, dell’impugnazione, muovendosi, nella sostanza, la previsione normativa nell’ottica di un parziale ristoro dei costi del vano funzionamento dell’apparato giudiziario o della vana erogazione delle, pur sempre limitate, risorse a sua disposizione (così Cass., Sez. Un., n. 22035/2014).

P.Q.M.

La Corte, dichiara inammissibile il ricorso.
Condanna parte ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità che si liquidano in e 2500,00 per compensi professionali, £ 100,00 per esborsi, 15% per spese forfetarie. Accessori come per legge. Ai sensi dell’art. 13 comma 1 qnater del d.P.R. n. 115 del 2002 da atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte della ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma dell’art. 13 comma 1 bis del citato d.P.R..
Così deciso in Roma il 1 dicembre 2016

prodotti di fabbricazione industriale- prodotti agricoli-sicurezza alimentare

01/02/2017 n. 144 -

Sentenza

1 La domanda di pronuncia pregiudiziale verte sull’interpretazione dell’articolo 8, paragrafo 1, della direttiva 83/189/CEE del Consiglio, del 28 marzo 1983, che prevede una procedura d’informazione nel settore delle norme e delle regolamentazioni tecniche (GU 1983, L 109, pag. 8), come modificata dall’atto relativo alle condizioni di adesione della Repubblica d’Austria, della Repubblica di Finlandia e del Regno di Svezia e agli adattamenti dei trattati sui quali si fonda l’Unione europea (GU 1994, C 241, pag. 21, e GU 1995, L 1, pag. 1) (in prosieguo: la «direttiva 83/189»), nonché dell’articolo 8, paragrafo 1, della direttiva 98/34/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 22 giugno 1998, che prevede una procedura d’informazione nel settore delle norme e delle regolamentazioni tecniche (GU 1998, L 204, pag. 37), come modificata dalla direttiva 98/48/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 20 luglio 1998 (GU 1998, L 217, pag. 18) (in prosieguo: la «direttiva 98/34»).

2 Tale domanda è stata proposta nell’ambito di una controversia tra il Município de Palmela (comune di Palmela, Portogallo) e l’Autoridade de Segurança Alimentar e Económica (ASAE) – Divisão de Gestão de Contraordenações [Autorità per la sicurezza alimentare ed economica (ASAE), Portogallo], in merito ad un’ammenda comminata a detto comune per infrazioni alle regole relative ai requisiti di sicurezza da rispettare nell’ubicazione, attuazione, concezione e organizzazione funzionale degli spazi di gioco e ricreazione, nonché della relativa attrezzatura e delle superfici impattate.

Contesto normativo

Diritto dell’Unione

Direttiva 83/189

3 L’articolo 1 della direttiva 83/189 era formulato nel modo seguente:

«Ai sensi della presente direttiva si intende per:

1) “prodotto”: i prodotti di fabbricazione industriale e i prodotti agricoli, compresi i prodotti della pesca;

2) ?specificazione tecnica”: una specificazione che figura in un documento che definisce le caratteristiche richieste di un prodotto, quali i livelli di qualità o di proprietà di utilizzazione, la sicurezza, le dimensioni, comprese le prescrizioni applicabili al prodotto per quanto riguarda la denominazione di vendita, la terminologia, i simboli, le prove ed i metodi di prova, l’imballaggio, la marcatura e l’etichettatura, nonché le procedure di valutazione della conformità.

(…)

3) ?altro requisito”: un requisito diverso da una specificazione tecnica, prescritto per un prodotto per motivi di tutela, in particolare dei consumatori o dell’ambiente, e concernente il suo ciclo di vita dopo la commercializzazione, quali le sue condizioni di utilizzazione, di riciclaggio, di reimpiego o di eliminazione qualora tali condizioni possano influenzare in modo significativo la composizione o la natura del prodotto o la sua commercializzazione;

(…)

9) “regola tecnica”: una specificazione tecnica o altro requisito, comprese le disposizioni amministrative che ad esse si applicano, la cui osservanza è obbligatoria, de jure o de facto, per la commercializzazione o l’utilizzazione in uno Stato membro o in una parte importante di esso, nonché, fatte salve quelle di cui all’articolo 10, le disposizioni legislative, regolamentari ed amministrative degli Stati membri intese a vietare la fabbricazione, la commercializzazione o l’utilizzazione di un prodotto;

(…)

10) “progetto di regola tecnica”: il testo di una specificazione tecnica o di un altro requisito, comprendente anche disposizioni amministrative, elaborato per adottarlo o farlo adottare come regola tecnica e che si trovi in una fase preparatoria in cui sia ancora possibile apportarvi emendamenti sostanziali.

(…)».

4 L’articolo 8, paragrafo 1, di tale direttiva stabiliva:

«Fatto salvo l’articolo 10, gli Stati membri comunicano immediatamente alla Commissione ogni progetto di regola tecnica, salvo che si tratti del semplice recepimento integrale di una norma internazionale e europea, nel qual caso è sufficiente una semplice informazione sulla norma stessa. Essi le comunicano brevemente anche i motivi che rendono necessario adottare tale regola tecnica a meno che non risultino già dal progetto.

All’occorrenza, e a meno che non sia già stato trasmesso in relazione con una comunicazione precedente, gli Stati membri comunicano contemporaneamente il testo delle disposizioni legislative e regolamentari fondamentali, essenzialmente e direttamente in questione, qualora la conoscenza di detto testo sia necessaria per valutare la portata del progetto di regola tecnica.

Gli Stati membri procedono ad una nuova comunicazione secondo le modalità summenzionate qualora essi apportino al progetto di regola tecnica modifiche importanti che ne alterino il campo di applicazione, ne abbrevino il calendario di applicazione inizialmente previsto, aggiungano delle specificazioni o requisiti, o rendano queste ultime più rigorose.

(…)».

Direttiva 98/34

5 La direttiva 98/34, che ha abrogato la direttiva 83/189, enunciava all’articolo 1:

«Ai sensi della presente direttiva si intende per:

1) “prodotto”: i prodotti di fabbricazione industriale e i prodotti agricoli, compresi i prodotti della pesca;

2) “servizio”: qualsiasi servizio della società dell’informazione, vale a dire qualsiasi servizio prestato normalmente dietro retribuzione, a distanza, per via elettronica e a richiesta individuale di un destinatario di servizi.

(…)

3) “specificazione tecnica”: una specificazione che figura in un documento che definisce le caratteristiche richieste di un prodotto, quali i livelli di qualità o di proprietà di utilizzazione, la sicurezza, le dimensioni, comprese le prescrizioni applicabili al prodotto per quanto riguarda la denominazione di vendita, la terminologia, i simboli, le prove ed i metodi di prova, l’imballaggio, la marcatura e l’etichettatura, nonché le procedure di valutazione della conformità.

(…)

4) “altro requisito”: un requisito diverso da una specificazione tecnica, prescritto per un prodotto per motivi di tutela, in particolare dei consumatori o dell’ambiente, e concernente il suo ciclo di vita dopo la commercializzazione, quali le sue condizioni di utilizzazione, di riciclaggio, di reimpiego o di eliminazione qualora tali condizioni possano influenzare in modo significativo la composizione o la natura del prodotto o la sua commercializzazione;

5) “regola relativa ai servizi”: un requisito di natura generale relativo all’accesso alle attività di servizio di cui al punto 2 e al loro esercizio, in particolare le disposizioni relative al prestatore di servizi, ai servizi e al destinatario di servizi, ad esclusione delle regole che non riguardino specificamente i servizi ivi definiti.

(…)

11) “regola tecnica”: una specificazione tecnica o altro requisito o una regola relativa ai servizi, comprese le disposizioni amministrative che ad esse si applicano, la cui osservanza è obbligatoria, de jure o de facto, per la commercializzazione, la prestazione di servizi, lo stabilimento di un fornitore di servizi o l’utilizzo degli stessi in uno Stato membro o in una parte importante di esso, nonché, fatte salve quelle di cui all’articolo 10, le disposizioni legislative, regolamentari ed amministrative degli Stati membri che vietano la fabbricazione, l’importazione, la commercializzazione o l’utilizzo di un prodotto oppure la prestazione o l’utilizzo di un servizio o lo stabilimento come fornitore di servizi.

(…)».

6 L’articolo 8, paragrafo 1, della medesima direttiva così recita:

«Fatto salvo l’articolo 10, gli Stati membri comunicano immediatamente alla Commissione ogni progetto di regola tecnica, salvo che si tratti del semplice recepimento integrale di una norma internazionale e europea, nel qual caso è sufficiente una semplice informazione sulla norma stessa. Essi le comunicano brevemente anche i motivi che rendono necessario adottare tale regola tecnica a meno che non risultino già dal progetto.

All’occorrenza, e a meno che non sia già stato trasmesso in relazione con una comunicazione precedente, gli Stati membri comunicano contemporaneamente il testo delle disposizioni legislative e regolamentari fondamentali, essenzialmente e direttamente in questione, qualora la conoscenza di detto testo sia necessaria per valutare la portata del progetto di regola tecnica.

Gli Stati membri procedono ad una nuova comunicazione secondo le modalità summenzionate qualora essi apportino al progetto di regola tecnica modifiche importanti che ne alterino il campo di applicazione, ne abbrevino il calendario di applicazione inizialmente previsto, aggiungano o rendano più rigorosi le specificazioni o i requisiti.

(…)».

Diritto portoghese

7 Il Regulamento que estabelece as condições de segurança a observar na localização, implantação, conceção e organização funcional dos espaços de jogo e recreio, respetivamente, equipamento e superfícies de impacto (regolamento che introduce i requisiti di sicurezza da rispettare nell’ubicazione, attuazione, concezione e organizzazione funzionale degli spazi di gioco e ricreazione, nonché della relativa attrezzatura e delle superfici impattate), allegato al Decreto-Lei n. 379/97 (decreto legge n. 379/97), del 27 dicembre 1997 (in prosieguo: il «regolamento EJR»), all’articolo 13, intitolato «Informazioni utili», così disponeva:

«Negli spazi di gioco e ricreazione, devono essere apposte in più punti, in maniera visibile e leggibile, le seguenti informazioni:

a) nome e numero di telefono dell’ente responsabile degli spazi di gioco e ricreazione e dell’ente incaricato del controllo;

b) localizzazione del telefono più vicino;

c) indirizzo e numero di telefono del pronto soccorso dell’ospedale o di altro pronto soccorso più vicino;

d) numero d’emergenza nazionale».

8 L’articolo 16 del regolamento EJR, intitolato «Conformità ai requisiti di sicurezza», prevedeva, ai paragrafi 1 e 2, quanto segue:

«1 – La conformità ai requisiti di sicurezza sarà attestata dal costruttore o dal suo mandatario, oppure dall’importatore stabilito nell’Unione europea, attraverso l’apposizione sull’attrezzatura e sul relativo imballaggio, in maniera visibile, leggibile ed indelebile, della menzione ?Conforme ai requisiti di sicurezza”.

2 – Il costruttore o il suo mandatario, oppure l’importatore di attrezzatura destinata agli spazi di gioco e ricreazione stabilito nell’Unione europea sarà anche tenuto ad apporre in maniera visibile, leggibile ed indelebile:

a) sull’attrezzatura e sul relativo imballaggio:

i) il proprio nome, la propria denominazione commerciale o il proprio marchio, il proprio indirizzo, l’identificativo del modello e l’anno di fabbricazione;

ii) la fascia d’età degli utilizzatori ai quali è destinata l’attrezzatura;

iii) il numero massimo di utilizzatori in contemporanea;

b) sull’attrezzatura, le informazioni necessarie alla prevenzione dei rischi inerenti al suo utilizzo.

(…)».

9 Il Decreto-Lei n. 119/2009 (decreto legge n. 119/2009), del 19 maggio 2009, ha modificato il regolamento EJR e in particolare gli articoli 13 e 16 di quest’ultimo.

10 L’articolo 13 del regolamento EJR, come modificato dal decreto legge n. 119/2009, così recita:

«Negli spazi di gioco e ricreazione, devono essere apposte in più punti, in maniera visibile e leggibile, le seguenti informazioni:

a) nome e numero di telefono dell’ente responsabile degli spazi di gioco e ricreazione e dell’ente incaricato del controllo;

b) capacità massima di accoglienza dello spazio di gioco e ricreazione;

c) localizzazione del telefono più vicino;

d) indirizzo e numero di telefono del pronto soccorso dell’ospedale o di altro pronto soccorso più vicino;

e) numero d’emergenza nazionale».

11 L’articolo 16, paragrafo 2, del regolamento EJR, come modificato dal decreto legge n. 119/2009, così dispone:

«Il costruttore o il suo mandatario, oppure l’importatore di attrezzatura destinata agli spazi di gioco e ricreazione stabilito nell’Unione europea sarà anche tenuto ad apporre in maniera visibile, leggibile ed indelebile:

a) sull’attrezzatura e sul relativo imballaggio:

i) il proprio nome, la propria denominazione commerciale o il proprio marchio, il proprio indirizzo, l’identificativo del modello e l’anno di fabbricazione;

ii) la fascia d’età degli utilizzatori ai quali è destinata l’attrezzatura;

iii) il numero e la data della norma tecnica applicabile;

iv) il numero massimo di utilizzatori in contemporanea;

v) la statura minima e massima dei bambini;

b) sull’attrezzatura, le informazioni necessarie alla prevenzione dei rischi inerenti al suo utilizzo».

Procedimento principale e questioni pregiudiziali

12 Il 25 novembre 2010 l’ASAE redigeva un verbale da cui risulta che il comune di Palmela aveva commesso talune infrazioni previste e sanzionate dal regolamento EJR, come modificato dal decreto legge n. 119/2009.

13 Nelle proprie osservazioni difensive presentate il 2 marzo 2011, il comune di Palmela sosteneva, in via principale, che le infrazioni lamentate non gli potevano essere imputate perché le norme asseritamene violate non erano chiare. In subordine, tenuto conto della scarsa gravità di tali infrazioni, detto comune rilevava che un semplice avvertimento sarebbe stato sufficiente a garantirne la sanzione.

14 Il 23 ottobre 2013 il comune di Palmela riceveva notifica della decisione dell’ASAE di comminargli un’ammenda unica dell’importo di EUR 15 500, più EUR 100 per le spese legali. Avverso tale decisione, esso proponeva ricorso il 14 novembre 2013.

15 Con sentenza del 3 aprile 2014, il Tribunal Judicial da Comarca de Setúbal (Tribunale distrettuale di Setúbal, Portogallo), dichiarava inapplicabili le disposizioni dell’articolo 13, lettera b), e dell’articolo 16, paragrafi 1 e 2, del regolamento EJR, come modificato dal decreto legge n. 119/2009, e, di conseguenza, annullava la decisione impugnata per difetto di motivazione e per contraddizione tra la parte della motivazione e quella del dispositivo della stessa. Il 30 gennaio 2016 il comune di Palmela riceveva notifica di una nuova decisione che gli comminava un’ammenda unica di EUR 10 000, più EUR 100 per le spese legali.

16 Il comune di Palmela presentava ricorso contro detta nuova decisione dinanzi al giudice del rinvio, invitandolo a proporre dinanzi alla Corte una domanda di pronuncia pregiudiziale sulle conseguenze dell’inadempimento dell’obbligo di notifica delle regole tecniche istituito dalla direttiva 98/34.

17 Il giudice del rinvio osserva che, ai sensi di tale direttiva, gli Stati membri sono soggetti all’obbligo di notificare sia le regole tecniche e le loro successive modifiche sia il testo delle principali disposizioni legislative e regolamentari di base ad esse più strettamente collegate. Partendo dalla premessa, basata sulla giurisprudenza nazionale, che l’articolo 13, lettera b), e l’articolo 16, paragrafi 1 e 2, del regolamento EJR, come modificato dal decreto legge n. 119/2009, costituiscono regole tecniche, tale giudice interroga la Corte circa le conseguenze dell’inadempimento dell’obbligo di notifica di dette regole alla Commissione.

18 Detto giudice, inoltre, solleva la questione di stabilire se l’inadempimento di tale obbligo sia sanzionato con l’inapplicabilità soltanto di dette regole o dell’intero testo di cui esse fanno parte.

19 In tale contesto, il Tribunal Judicial da Comarca de Setúbal (Tribunale distrettuale di Setúbal) ha deciso di sospendere il procedimento e di sottoporre alla Corte le seguenti questioni pregiudiziali:

«1) se il giudice nazionale debba decidere nel senso di una totale inapplicabilità di un testo legislativo nazionale che introduce norme tecniche e che, in violazione del disposto della direttiva [98/34], non è stato notificato alla Commissione europea o debba limitare la sua decisione d’inapplicabilità alle nuove regole tecniche introdotte dal testo legislativo nazionale; o

2) se un testo legislativo nazionale che introduce norme tecniche e che, in violazione del disposto della direttiva [98/34], non è stato notificato alla Commissione europea debba essere sanzionato da inapplicabilità totale o se la decisione d’inapplicabilità debba limitarsi alle nuove regole tecniche introdotte dal testo normativo nazionale;

3) se siano inapplicabili tutte le norme tecniche contenute nel regolamento citato o solamente quelle modificate o introdotte con il [decreto legge n. 119/2009]».

Sulle questioni pregiudiziali

20 In limine, occorre ricordare che, secondo una giurisprudenza costante della Corte, nell’ambito della procedura di cooperazione tra i giudici nazionali e la Corte istituita dall’articolo 267 TFUE, spetta a quest’ultima fornire al giudice nazionale una risposta utile che gli consenta di dirimere la controversia di cui è investito. In tale prospettiva, spetta alla Corte, se necessario, riformulare le questioni che le sono sottoposte (sentenza del 28 aprile 2016, Oniors Bio, C-233/15, EU:C:2016:305, punto 30 e giurisprudenza ivi citata). Inoltre, la Corte può essere indotta a prendere in considerazione norme del diritto dell’Unione alle quali il giudice nazionale non ha fatto riferimento nella questione pregiudiziale (ordinanza del 14 luglio 2016, BASF, C-456/15, non pubblicata, EU:C:2016:567, punto 15 e giurisprudenza ivi citata).

21 Nel caso di specie, il giudice del rinvio chiede, in sostanza, di sapere, qualora disposizioni nazionali, come l’articolo 13, lettera b), e l’articolo 16, paragrafi 1 e 2, del regolamento EJR, come modificato dal decreto legge n. 119/2009, costituissero regole tecniche ai sensi delle direttive 83/189 e 98/34, se l’articolo 8, paragrafo 1, della direttiva 83/189 e l’articolo 8, paragrafo 1, della direttiva 98/34 debbano essere interpretati nel senso che la sanzione dell’inopponibilità delle regole tecniche non notificate colpisce unicamente dette regole o l’integralità del testo legislativo in cui sono contenute.

22 Emerge dalla decisione di rinvio che il decreto legge n. 119/2009 ha modificato l’articolo 13, lettera b), congiuntamente all’articolo 16, paragrafo 2, del regolamento EJR, lasciando invariato l’articolo 16, paragrafo 1, di tale regolamento. Il giudice del rinvio parte dalla premessa che dette norme nazionali costituiscono regole tecniche.

23 Per quanto riguarda l’articolo 16, paragrafi 1 e 2, del regolamento EJR, come modificato dal decreto legge n. 119/2009, va osservato, alla stregua del giudice del rinvio, che tale diposizione costituisce effettivamente una regola tecnica ai sensi delle direttive 83/189 e 98/34, poiché essa prevede requisiti prescritti per un prodotto per motivi di tutela dei consumatori che concernono il suo ciclo di vita dopo la commercializzazione e che influenzano in maniera significativa la composizione e la commercializzazione di siffatto prodotto. Pertanto, tale disposizione rientra nella categoria degli «altri requisiti» ai sensi sia dell’articolo 1, punto 3, della direttiva 83/189 sia dell’articolo 1, punto 4, della direttiva 98/34.

24 Occorre esaminare se sia possibile trarre la medesima conclusione rispetto all’articolo 13, lettera b), del regolamento EJR, come modificato dal decreto legge n. 119/2009, dato che tale decreto legge è stato adottato in un momento in cui la direttiva 98/34 era già in vigore.

25 È opportuno ricordare in tale contesto che la nozione di «regola tecnica» comprende quattro categorie di misure, ossia, in primo luogo, la «specificazione tecnica», ai sensi dell’articolo 1, punto 3, della direttiva 98/34, in secondo luogo, l’«altro requisito», come definito all’articolo 1, punto 4, di tale direttiva, in terzo luogo, la «regola relativa ai servizi», di cui all’articolo 1, punto 5, della medesima direttiva e, in quarto luogo, le «disposizioni legislative, regolamentari ed amministrative degli Stati membri che vietano la fabbricazione, l’importazione, la commercializzazione o l’utilizzo di un prodotto oppure la prestazione o l’utilizzo di un servizio o lo stabilimento come fornitore di servizi», ai sensi dell’articolo 1, punto 11, della medesima direttiva (sentenza del 4 febbraio 2016, Ince, C-336/14, EU:C:2016:72, punto 70).

26 A tal riguardo, in primo luogo, è opportuno ricordare che la nozione di «specificazione tecnica» presuppone che la misura nazionale si riferisca necessariamente al prodotto o al suo imballaggio in quanto tali e definisce pertanto una delle caratteristiche richieste di un prodotto. Per contro, quando una misura nazionale stabilisce le condizioni per lo stabilimento di imprese, quali le disposizioni che assoggettano l’esercizio di un’attività professionale ad un previo nulla osta, tali condizioni non costituiscono specificazioni tecniche (sentenza del 13 ottobre 2016, M. e S., C-303/15, EU:C:2016:771, punto 19 nonché giurisprudenza ivi citata).

27 In secondo luogo, per poter essere qualificata come «altro requisito», ai sensi dell’articolo 1, punto 4, della direttiva 98/34, una misura nazionale deve costituire una «condizione» in grado di influenzare in modo significativo la composizione, la natura o la commercializzazione del prodotto in questione. Tuttavia, è necessario verificare se una siffatta misura debba essere qualificata come «condizione» di utilizzazione del prodotto in questione oppure se si tratti, al contrario, di una misura nazionale rientrante nella categoria delle regole tecniche di cui all’articolo 1, punto 11, di tale direttiva. La possibilità di ricondurre una misura nazionale all’una o all’altra di queste due categorie di regole tecniche dipende dalla portata del divieto introdotto dalla misura stessa (sentenza del 13 ottobre 2016, M. e S., C-303/15, EU:C:2016:771, punto 20 nonché giurisprudenza ivi citata).

28 In terzo luogo, la nozione di «regola relativa ai servizi», di cui all’articolo 1, punto 5, della direttiva 98/34, include nel proprio ambito soltanto le regole riguardanti i servizi della società dell’informazione, ossia ogni servizio prestato a distanza per via elettronica e a richiesta individuale di un destinatario di servizi (v., in tal senso, sentenza del 13 ottobre 2016, M. e S., C-303/15, EU:C:2016:771, punto 21 nonché giurisprudenza ivi citata).

29 Nel caso di specie, l’articolo 13, lettera b), del regolamento EJR, come modificato dal decreto legge n. 119/2009, ha reso obbligatoria l’apposizione in più punti dello spazio di gioco e ricreazione dell’informazione relativa alla capacità massima di accoglienza di tale spazio.

30 Innanzitutto, si deve osservare che una siffatta disposizione non rientra nella categoria delle specificazioni tecniche ai sensi dell’articolo 1, punto 3, della direttiva 98/34, poiché è pacifico che le disposizioni che impongono requisiti e obiettivi generali in materia di sicurezza e di protezione, senza necessariamente riferirsi al prodotto in questione o al suo imballaggio in quanto tali e, quindi, senza definire le caratteristiche di tale prodotto, non contengono specificazioni tecniche (v., in tal senso, sentenza del 9 giugno 2011, Intercommunale Intermosane e Fédération de l’industrie et du gaz, C-361/10, EU:C:2011:382, punti 17 e 18).

31 Detta disposizione, poi, non rientra neppure nella categoria delle regole relative ai servizi, ai sensi dell’articolo 1, punto 5, della direttiva 98/34, poiché non riguarda servizi della società dell’informazione, ai sensi dell’articolo 1, punto 2, di tale direttiva.

32 Infine, per stabilire se una disposizione nazionale al pari dell’articolo 13, lettera b), del regolamento EJR, come modificato dal decreto legge n. 119/2009, rientri eventualmente nell’ambito di applicazione dell’articolo 1, punto 4, della direttiva 98/34, o in quello dell’articolo 1, punto 11, di tale direttiva, occorre verificare se essa possa influenzare in modo significativo la composizione, la natura o la commercializzazione del prodotto interessato, nella fattispecie le attrezzature presenti negli spazi di gioco e ricreazione, quale «condizione» relativa all’utilizzazione dei prodotti di cui trattasi, oppure se essa rientri nella categoria di divieti di cui all’articolo 1, punto 11, della citata direttiva.

33 Da un lato, è pacifico che una disposizione come quella oggetto del procedimento principale non costituisce un «altro requisito» ai sensi dell’articolo 1, punto 4, della direttiva 98/34, tenuto conto del carattere generale delle prescrizioni che esse prevede (v., in tal senso, sentenza del 9 giugno 2011, Intercommunale Intermosane e Fédération de l’industrie et du gaz, C-361/10, EU:C:2011:382, punto 21). Dall’altro, essa non detta divieti che la possano far entrare nella categoria dei divieti di cui all’articolo 1, punto 11, della citata direttiva.

34 In tal contesto, è giocoforza rilevare che una disposizione, quale l’articolo 13, lettera b), del regolamento EJR, come modificato dal decreto legge n. 119/2009, non costituisce una regola tecnica ai sensi della direttiva 98/34.

35 Per quanto riguarda la sanzione dell’inopponibilità delle regole tecniche che non sono state comunicate alla Commissione, è opportuno ricordare in primo luogo che l’articolo 8, paragrafo 1, della direttiva 83/189 prevedeva l’obbligo per gli Stati membri di comunicare alla Commissione qualsiasi progetto di regola tecnica e che tale obbligo è stato ripreso all’articolo 8, paragrafo 1, della direttiva 98/34.

36 Inoltre, l’inadempimento di tale obbligo di notifica è sanzionato con l’inapplicabilità delle regole tecniche non notificate (v., in tal senso, per quanto riguarda la direttiva 83/189, sentenza del 30 aprile 1996, CIA Security International, C-194/94, EU:C:1996:172, punto 54, nonché, per quanto riguarda la direttiva 98/34, sentenza del 4 febbraio 2016, Ince, C-336/14, EU:C:2016:72, punto 67 nonché giurisprudenza ivi citata).

37 Circa la portata di siffatta sanzione, sebbene l’articolo 8, paragrafo 1, della direttiva 83/189 e l’articolo 8, paragrafo 1, della direttiva 98/34 esigano la comunicazione alla Commissione della totalità di un progetto di legge contenente regole tecniche, l’inapplicabilità derivante dall’inadempimento dell’obbligo suddetto si estende non già all’insieme delle disposizioni della legge in questione, bensì soltanto alle regole tecniche ivi contenute (v., in tal senso, sentenza del 4 febbraio 2016, Ince, C-336/14, EU:C:2016:72, punto 68).

38 Ciò posto, occorre rispondere alle questioni sollevate dichiarando che l’articolo 8, paragrafo 1, della direttiva 83/189 e l’articolo 8, paragrafo 1, della direttiva 98/34 devono essere interpretati nel senso che la sanzione dell’inopponibilità di una regola tecnica non notificata, come l’articolo 16, paragrafi 1 e 2, del regolamento EJR, come modificato dal decreto legge n. 119/2009, colpisce unicamente detta regola tecnica e non l’integralità del testo legislativo in cui è contenuta.

Sulle spese

39 Nei confronti delle parti nel procedimento principale la presente causa costituisce un incidente sollevato dinanzi al giudice nazionale, cui spetta quindi statuire sulle spese. Le spese sostenute da altri soggetti per presentare osservazioni alla Corte non possono dar luogo a rifusione.
PQM

Per questi motivi, la Corte (Sesta Sezione) dichiara:

L’articolo 8, paragrafo 1, della direttiva 83/189/CEE del Consiglio, del 28 marzo 1983, che prevede una procedura d’informazione nel settore delle norme e delle regolamentazioni tecniche, come modificata dall’atto relativo alle condizioni di adesione della Repubblica d’Austria, della Repubblica di Finlandia e del Regno di Svezia e agli adattamenti dei trattati sui quali si fonda l’Unione europea, nonché l’articolo 8, paragrafo 1, della direttiva 98/34/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 22 giugno 1998, che prevede una procedura d’informazione nel settore delle norme e delle regolamentazioni tecniche, come modificata dalla direttiva 98/48/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 20 luglio 1998, devono essere interpretati nel senso che la sanzione di inopponibilità di una regola tecnica non notificata, come l’articolo 16, paragrafi 1 e 2, del Regulamento que estabelece as condições de segurança a observar na localização, implantação, conceção e organização funcional dos espaços de jogo e recreio, respetivamente, equipamento e superfícies de impacto (regolamento che introduce i requisiti di sicurezza da rispettare nell’ubicazione, attuazione, concezione e organizzazione funzionale degli spazi di gioco e ricreazione nonché della relativa attrezzatura e delle superfici impattate), allegato al Decreto-Lei n. 379/97 (decreto legge n. 379/97), del 27 dicembre 1997, come modificato dal Decreto-Lei n. 119/2009 (decreto legge n. 119/2009), del 19 maggio 2009, colpisce unicamente detta regola tecnica e non l’integralità del testo legislativo in cui è contenuta.

riconoscimento del titolo di “pielegnarka” (infermiere) al superamento di una misura compensativa.

01/02/2017 n. 270 - Sez II

Premesso e Considerato:
con l’odierno ricorso la sig.ra R Rha chiesto l’annullamento del decreto direttoriale in data 6.06.2012 con il quale è stato subordinato il riconoscimento del titolo di “pielegnarka” (infermiere) al superamento di una misura compensativa.

Con relazione del 22.04.2013 il Ministero della Salute ha riferito sulla vicenda, rilevando come il titolo infermieristico conseguito nel 1976 in Polonia e riconosciuto in Germania nel 1981, è stato sottoposto ad esame da parte dell’apposita Conferenza di Servizi che ha riscontrato una carenza formativa in termini di ore di studio e di contenuti, rispetto al percorso formativo italiano.
Aggiunge che in base alla vigente normativa – L. n. 39/1990 e DM n. 174/1991 – l’esercizio dell’attività infermieristica da parte di un cittadino extracomunitario è subordinato al rilascio di apposita autorizzazione e per queste ragioni è stata disposta l’attribuzione di una misura compensativa ai fini del riconoscimento del titolo.
Conclude per l’infondatezza ed il conseguente rigetto del ricorso.

Osserva al riguardo, la Sezione, che la questione del riconoscimento dei titoli professionali conseguiti all’estero, non è nuova a questo consesso che si è costantemente espresso nel senso dell’ampia discrezionalità tecnica degli organi ministeriali, circa l’equiparabilità dei titoli professionali conseguiti all’estero a quelli previsti dalla normativa statale e ciò, segnatamente, nella materia sanitaria.
Nella specie la verifica svolta dall’Amministrazione ha consentito di appurare che il percorso di studi compiuto dalla ricorrente non era idoneo – ore di studio e contenuti del corso formativo – a fornire un grado di cognizioni culturali e tecniche corrispondenti a quelle richieste dall’ordinamento nazionale per l’esercizio della professione infermieristica.
Ne discende che il provvedimento assunto dal Ministero appare legittimo e il ricorso, siccome infondato, deve essere respinto.

P.Q.M.

Esprime il parere che il ricorso debba essere respinto.

danno da dequalificazione professionale - allarme ansioso in disturbo post traumatico da stress

01/02/2017 n. 84 - Sez Calabria

FattoDiritto
 
 

1. Espone il ricorrente di essere entrato a far parte dell’Arma dei Carabinieri in data 17 settembre 1992, frequentando il corso biennale di formazione per Allievi Sottufficiali.
Dopo aver prestato servizio presso il Comando Stazione Carabinieri di Locri, il Nucleo Operativo della Compagnia di Locri per i successivi due anni ed il R.O.S. – Sezione Anticrimine C.C. di Reggio Calabria, dal 2005 è stato assegnato al Comando Scuola Allievi Carabinieri di Reggio Calabria, attuale sede di servizio.
Dopo aver espletato l’incarico di “Comandante del Nucleo Comando”, presso la I e poi presso la III Compagnia Allievi Carabinieri per otto anni, con risultati eccellenti, a far data dal 20 settembre 2013 è stato assegnato alla Squadra Servizi – alle dipendenze gerarchiche del Mar. A.s. UPS -omissis-, in qualità di Comandante della Squadra, e del Capitano -omissis-, Comandante del sovraordinato Reparto Comando – con i seguenti incarichi:
– “Addetto alla Squadra Servizi”;
– “Capo Deposito Carburanti e Lubrificanti di p.c.”.
Espone, altresì, che, giunto alla predetta Squadra Servizi, gli è stata affidata la gestione di tutta l’attività burocratica e del personale dipendente (organizzazione dei turni di servizio, licenze, malattie ecc…), oltre allo svolgimento dei prescritti turni di Maresciallo di picchetto ed alla gestione logistica del personale dell’esercito alloggiato nello stabile ex Reparto Corsi e che, dunque, il suo lavoro comprendeva: mansioni organizzative, di coordinamento e di “disbrigo pratiche d’ufficio”.
In relazione alla problematica oggetto della presente controversia, il ricorrente, in via di sintesi, lamenta che, a seguito del suo rifiuto ad espletare l’incarico di “Capo Deposito Carburanti e Lubrificanti di p.c.”, in quanto attività assolutamente nuova nonché poiché privo della prescritta abilitazione, i superiori gerarchici, per il periodo che va dal febbraio al novembre 2014, avrebbero posto in essere una condotta punitiva che, inizialmente limitata all’azzeramento delle ore di straordinario ed al sollevamento da ogni lavoro burocratico, si è poi conclusa con l’allontanamento dall’ufficio.
Ravvisando negli episodi innanzi esposti gli estremi della condotta mobbizzante, del demansionamento e della dequalificazione professionale, chiede il risarcimento dei danni patiti, ritenendo sussistenti tutti i presupposti della responsabilità.
Deposita in giudizio certificazione medica rilasciata nel dicembre 2014 ed attestante la patologia di “Allarme ansioso in disturbo post traumatico da stress”.
In data 31 ottobre 2015, si è costituita in giudizio l’Amministrazione intimata, eccependo l’infondatezza della domanda ed invocandone la reiezione, nonché depositando corposa documentazione.
Si sono, altresì, costituti in giudizio -omissis- ed -omissis-, insistendo anch’essi per l’infondatezza dell’avversa pretesa.
All’udienza del 23 novembre 2016, l’Avvocatura dello Stato ha eccepito la tardività della memoria e della documentazione depositata in giudizio dal ricorrente il 24 ottobre 2016.
Alla ridetta udienza pubblica del 23 novembre 2016, la causa viene ritenuta per la decisione.
2. Va, in primis, disposto lo stralcio della memoria e dell’allegata documentazione, in quanto depositata da parte ricorrente in violazione dei termini di cui all’art. 73, I comma, c.p.a.
3. Il ricorso non è fondato.
Nella sostanza il ricorrente fa valere, con il presente giudizio, i danni che gli sarebbero derivati sia dall’illegittimo “demansionamento” (vale a dire, dall’attribuzione di mansioni inferiori rispetto a quelle della sua qualifica di appartenenza) sia dal complessivo comportamento di mobbing posto in essere nei suoi confronti.
3.1. E’ nota in proposito la differenza tra le due situazioni: il mobbing, diversamente dall’altra figura, è caratterizzato dall’esistenza di un intento persecutorio da parte del datore di lavoro, intento che deve formare oggetto di dimostrazione da parte di chi rivendica il danno subìto, fermo restando che il demansionamento, qualora provochi danni morali e professionali, dà diritto al risarcimento indipendentemente dalla ulteriore sussistenza del mobbing (cfr., Consiglio di Stato, Sez. III, 12 gennaio 2015 n. 28 del 2015; T.R.G.A. Trentino – Alto Adige, Bolzano, 23 settembre 2015, n. 279 del 2015; T.A.R. Lazio, Roma, Sez. II, 2 marzo 2015, n. 342).
In ogni caso, i fatti portati a fondamento sia del danno da demansionamento, quanto del danno da mobbing, devono ricevere idonea dimostrazione in giudizio secondo il principio dell’onere della prova, sancito dall’art. 2697 c.c. e valido anche per le controversie portate dinnanzi alla giurisdizione amministrativa, secondo il quale chi vuole far valere un diritto in giudizio deve provare i fatti che ne costituiscono il fondamento.
3.2. La giurisprudenza, in proposito, ha precisato che, ai fini di ritenere provato un danno da dequalificazione professionale attraverso il meccanismo delle presunzioni semplici ex art. 2729 c.c., non è sufficiente a fondare una corretta inferenza presuntiva il semplice richiamo di categorie generali, come la qualità e quantità dell’attività lavorativa svolta, il tipo e la natura della professionalità coinvolta, la gravità del demansionamento, la sua durata e altri simili indici, dovendo invece procedere il giudice di merito, pur nell’ambito di tali categorie, ad una precisa individuazione dei fatti che assume idonei e rilevanti ai fini della dimostrazione del fatto ignoto, alla stregua di canoni di probabilità e regole di comune esperienza (di recente, in tal senso, Cass., Sez. lav., 18 agosto 2016, n. 17163).
Analogamente è a dirsi per la prova degli elementi costitutivi del mobbing, tenendo presente che, nel rapporto d’impiego pubblico, esso si sostanzia in una condotta del datore di lavoro (o del superiore gerarchico) “complessa, continuata e protratta nel tempo, tenuta nei confronti del dipendente nell’ambiente di lavoro, che si manifesta con comportamenti intenzionalmente ostili, reiterati e sistematici, esorbitanti od incongrui rispetto all’ordinaria gestione del rapporto, espressivi di un disegno in realtà finalizzato alla persecuzione o alla vessazione del medesimo dipendente, tale da provocare un effetto lesivo della sua salute psicofisica; pertanto, ai fini della configurabilità della condotta lesiva da mobbing, va accertata la presenza di una pluralità di elementi costitutivi, dati in particolare:
a) dalla molteplicità e globalità di comportamenti a carattere persecutorio, illeciti o anche di per sé leciti, posti in essere in modo miratamente sistematico e prolungato contro il dipendente secondo un disegno vessatorio;
b) dall’evento lesivo della salute psicofisica del dipendente;
c) dal nesso eziologico tra la condotta del datore o del superiore gerarchico e la lesione dell’integrità psicofisica del lavoratore;
d) dalla prova dell’elemento soggettivo, cioè dell’intento persecutorio unificante i singoli fatti lesivi, che rappresenta elemento costitutivo della fattispecie” (in tal senso, di recente, Consiglio di Stato, Sez. IV, 27 ottobre 2016, n. 4509).
3.3. E così, per un verso, quanto al danno da demansionamento, la giurisprudenza ha evidenziato che, sul piano probatorio, sebbene l’obbligo del datore di lavoro di adibire il lavoratore alle mansioni rispondenti alla categoria attribuita o a mansioni equivalenti a quelle da ultimo svolte abbia natura contrattuale, tuttavia il contenuto del preteso demansionamento va comunque esposto nei suoi elementi essenziali dal lavoratore che non può, quindi, limitarsi genericamente a dolersi di essere vittima di un illecito, ma deve almeno evidenziare qualche concreto elemento in base al quale il Giudice amministrativo, anche con i suoi poteri officiosi, possa verificare la sussistenza nei suoi confronti di una condotta illecita; ciò, peraltro, sul presupposto che l’illecito di demansionamento non è ravvisabile in qualsiasi inadempimento alle obbligazioni datoriali bensì soltanto nell’effettiva perdita delle mansioni svolte (in tal senso, da ultimo, T.A.R. Lazio, Roma, Sez. I, 7 febbraio 2015, n. 2280).
Per altro verso, ed analogamente, quanto al danno da mobbing è stato ribadito che il lavoratore non può limitarsi, davanti al giudice, a dolersi genericamente di essere vittima di un illecito (ovvero ad allegare l’esistenza di specifici atti illegittimi), ma deve quanto meno evidenziare qualche concreto elemento in base al quale il giudice amministrativo possa verificare la sussistenza nei suoi confronti di un più complessivo disegno preordinato alla vessazione o alla prevaricazione (Cons. Stato, Sez. VI, 12 marzo 2015, n. 1282).
3.4. Con riguardo, poi, al danno – conseguenza, ossia allo specifico pregiudizio professionale, biologico ed esistenziale sofferto dal lavoratore, esso deve essere parimenti allegato e provato dal danneggiato, in quanto non si pone quale conseguenza automatica di ogni comportamento illegittimo rientrante nelle suindicate categorie: non è sufficiente, in altre parole, dimostrare la mera potenzialità lesiva della condotta datoriale, ma incombe sul lavoratore l’onere non solo di allegare gli elementi costitutivi del demansionamento o del mobbing, ma anche di fornire la prova, ex art. 2697 c.c., del danno non patrimoniale che ne è derivato e del nesso di causalità con l’inadempimento datoriale (da ultimo, in tal senso, TAR Lazio, Roma, Sez. I ter, 26 giugno 2015, n. 8705 del 2015; T.A.R. Sicilia, Catania, Sez. II, 12 marzo 2015, n. 725).
4. Nel caso di specie, il ricorrente è complessivamente venuto meno ai descritti oneri probatori.
Egli, a sostegno delle proprie pretese, ha dedotto le seguenti circostanze di fatto, di natura asseritamente persecutoria.
4.1. Come su accennato, in relazione all’incarico di “Capo Deposito Carburanti e Lubrificanti di p.c.”, è lo stesso ricorrente ad affermare di averne proposto l’affidamento ad altro militare e, segnatamente, al Maresciallo A.s. USP -omissis-.
Appurato che quest’ultimo, sebbene privo della prescritta autorizzazione come il ricorrente, lo svolgeva da diversi anni e che il -omissis- aveva manifestato le sue legittime difficoltà ad espletarlo, la richiesta del ricorrente è stata effettivamente accolta.
Con provvedimento del Comandante n. 188/3-2 del 20 febbraio 2014, il ricorrente è stato sollevato dall’incarico in discorso (all. n. 7 dell’Avvocatura), rimanendo così titolare dell’incarico di “Addetto alla Squadra Servizi”.
Con provvedimento n. 188/2-2, in pari data, il medesimo incarico è stato affidato al Maresciallo -omissis- (all. n. 16 dell’Avvocatura), già titolare dell’incarico di Comandante Insegnante I squadra, I Plotone / III Compagnia Allievi.
D’altro canto, emerge ex actis che il Comandante della Scuola abbia tentato, in data antecedente, di far conseguire la prescritta abilitazione al -omissis- (cfr., nota prot. n. 188/3- 1 dell’11 febbraio 2014, all. n. 15 dell’Avvocatura), ma che ciò non sia stato possibile per l’assenza di personale già abilitato e dunque legittimato all’affiancamento di dieci giorni in cui si sostanzia l’abilitazione richiesta.
L’Amministrazione, dunque, conformemente alla richiesta del ricorrente, lo ha esonerato dall’attività di gestione del deposito carbolubrificanti.
4.2.1. A seguito di ciò, nella ricostruzione del ricorrente, si sarebbe attuata una “vendetta” nei suoi confronti; “vendetta” che gli sarebbe stata finanche rappresentata dal Comandante della Squadra M.llo -omissis-, in un colloquio dell’11 marzo 2014, alla presenza del Brig. -omissis- e dell’App. Sc. -omissis-.
Durante tale colloquio gli sarebbe stato disvelato che:
a) il trasferimento dell’App. -omissis- da Addetto alla Sezione Logistica dell’Ufficio Comando ad Addetto della Squadra Servizi del Reparto Comando, disposto con provvedimento del Comandante n. 1149 del 29 gennaio 2014 (all. n. 17 dell’Avvocatura), sarebbe stato preordinato ad esautorare il ricorrente stesso dal disbrigo delle attività burocratiche;
b) il ricorrente avrebbe dovuto svolgere prevalentemente servizi di Maresciallo di Picchetto al Corpo di Guardia, ivi compresi la metà di quelli assegnati al M.llo -omissis-, addetto alla gestione del deposito carbolubrificanti;
c) il ricorrente non avrebbe più effettuato straordinario.
4.2.2. Come è noto, la condotta illecita di mobbing “non è ravvisabile quando sia assente la sistematicità degli episodi, ovvero i comportamenti su cui viene basata la pretesa risarcitoria siano riferibili alla normale condotta del datore di lavoro, funzionale all’assetto dell’apparato amministrativo (o imprenditoriale nel caso del lavoro privato), o, infine, quando vi sia una ragionevole ed alternativa spiegazione al comportamento datoriale (Cons. Stato, Sez. VI, 6 maggio 2008 n. 2015; T.A.R. Piemonte, Sez. I, 8 ottobre 2008, n. 2438)” (T.A.R. Piemonte, Sez. I, 10 luglio 2015, n. 1168).
4.2.3. Ebbene, non soltanto la circostanza dell’avvenuto colloquio in sé (che pure non avrebbe alcuna rilevanza ove l’intento di vendetta non fosse stato attuato) è meramente allegata e non provata dal ricorrente (che non ha articolato prove testimoniali sul punto), ma, soprattutto, l’amministrazione ha dedotto circostanze di fatto idonee a provare, poiché non contestate, quanto segue.
– In relazione alla circostanza sub b): soltanto una volta, essendo impossibile coprire tutti i turni, al ricorrente è stato ordinato di eseguire un servizio di picchetto 12/18/ al posto del M.llo -omissis-. Nel periodo di assegnazione alla squadra servizi, per il resto, ha effettuato un numero di turni identico a quello del suo Comandante M.llo -omissis-.
– In relazione alla circostanza sub a): l’App. Sc. -omissis- è stato trasferito in quanto militare riformato parziale dalla C.M.O di Messina e, dunque, idoneo solo a compiti d’ufficio. Per tale ragione, il Comandante della Squadra Servizi gli ha affidato il disbrigo delle pratiche burocratiche delle quali, sempre sotto le direttive del Comandante della Squadra servizi, si occupava prima il ricorrente. Giova precisare che il disbrigo di pratiche burocratiche non rientra tra i compiti prioritari della Squadra Servizi, che sono, invece, rappresentati da servizi armati di caserma, che il ricorrente non assume mai di non aver svolto.
– Quanto alla circostanza sub c), appare evidente che essa si fonda sull’erroneo convincimento del ricorrente che il lavoro straordinario sia un beneficio al quale hanno diritto i dipendenti.
Come è noto, lo straordinario viene disposto ed autorizzato per imprevedibili esigenze di servizio, delle quali il ricorrente non allega la sussistenza nel periodo di riferimento.
4.3. A comprova dell’intento persecutorio nei suoi confronti, il ricorrente allega l’episodio relativo al servizio di vigilanza ai seggi elettorali in occasione delle consultazioni del maggio 2014, occasione in cui, a fronte di 11 ore di lavoro straordinario effettuate in eccedenza rispetto agli stanziamenti prefettizi, inizialmente il Comandante -omissis- avrebbe riconosciuto solo 7 ore; dopo la richiesta di chiarimenti al Capitano -omissis-, gli sarebbero state decurtate anche le predette sette ore.
L’Amministrazione ha dedotto sul punto, e si tratta di circostanza pacifica in quanto non contestata, che nel mese di giugno le ore di straordinario per servizio ai seggi elettorali furono decurtate a tutti i 30 militari della Scuola che vi avevano preso parte.
Tali 11 ore di straordinario furono poi corrisposte al ricorrente nell’agosto 2014, come risulta dal cedolino che egli stesso ha versato in atti e che, pure, indicizza “9. Paga agosto 2014 (senza straordinario)”.
Dalla mera lettura del cedolino, invece, emerge chiaramente il pagamento dello straordinario.
4.4. Deduce ancora il ricorrente che, nel mese di marzo 2014, venne spostato in un diverso stabile della Scuola e relegato in uno stanzone spoglio, scarsamente illuminato, senza computer né linea telefonica.
Tutto ciò, a suo dire, sarebbe avvenuto per ritorsione da parte dei suoi diretti superiori gerarchici a causa della conversazione tenuta con il Comandante della Squadra Comando, al quale aveva segnalato delle improprie modalità di compilazione del memoriale di servizio in merito allo straordinario (in relazione alle quali ha in seguito presentato un esposto in Procura).
In particolare, il Comandante -omissis- gli avrebbe rappresentato l’inopportunità di riferire ad altri le questioni d’ufficio e gli avrebbe anticipato lo spostamento in altro stabile della Scuola.
Premesso che nelle stesse deduzioni del ricorrente non v’è traccia, in questa conversazione, di un nesso causale tra le due circostanze, anche su tale vicenda difetta qualsivoglia prova.
Al contrario, l’Amministrazione ha esplicitato che l’esigenza di spostamento della Squadra Servizi è derivata dalla necessità di istituire un presidio presso il diverso stabile, ove venivano ospitati circa 100 militari.
L’assenza di postazione computer dedicata è derivata dalla presenza di due soli p.c., né la circostanza che il ricorrente si sia avvalso del pc posto nell’ufficio dell’App. -omissis- appare singolare, attesa la suddetta carenza ed il pacifico disbrigo da parte di quest’ultimo di pratiche burocratiche sotto la direzione del Comandante.
4.5. Deve soggiungersi, in punto di fatto, quanto segue.
Al ricorrente è stato proposto di:
– frequentare un corso di armaiolo e gestire le quattro armerie della Scuola;
– gestire i 100 uomini dell’esercito;
– gestire il personale della Compagnia;
– dirigere il Nucleo gestione palazzine.
La risposta, per come affermato dall’Amministrazione nell’allegato 19 e non contestato dal ricorrente, è sempre stata negativa.
5.1. Appare evidente al Collegio, in conclusione, che:
– non sussistono i presupposti della condotta mobbizzante;
– la stessa dequalificazione professionale lamentata dal ricorrente si sostanzia, in definitiva, nella perdita dell’incarico relativo alla gestione del deposito carburante (esonero richiesto dallo stesso ricorrente) e nel trasferimento del disbrigo delle pratiche burocratiche all’App. -omissis-.
Trattasi di compiti che, ai sensi dell’art. 848 del Codice dell’Ordinamento Militare, non rientrano nel profilo del personale degli Ispettori.
A ciò deve aggiungersi che l’Amministrazione ha tentato di affidare ulteriori compiti (quali quelli indicati in precedenza) al ricorrente, ma senza esito, per scelte imputabili solo a quest’ultimo.
5.2. Stando così le cose, le deduzioni in punto di illogicità e contraddittorietà per assenza di armonia e consequenzialità tra le qualità interne, i giudizi e la qualifica finale di “eccellente” nelle valutazioni caratteristiche relative al periodo per cui è causa (ed oggetto di autonomo gravame) sono prive di rilievo.
I giudizi formulati con le schede valutative dai superiori gerarchici, nell’ambito in questione, sono caratterizzati da una altissima discrezionalità tecnica (cfr. sentenza di questo Tribunale n. 204 del 24 settembre 2015 e precedenti ivi richiamati).
Nel caso di specie, l’esercizio di tale discrezionalità ha condotto ad una valutazione elevata che, considerato il quadro di insussistenza di una complessiva condotta vessatoria da parte del revisore e del compilatore, come fin qui accertata, non disvela ex se un intento punitivo e, a fortiori, non è idonea a provare l’esistenza dell’asserito disegno persecutorio.
5.3. Anche la mancata convocazione ad un’unica riunione, quella del 5 novembre 2014, infine, non può ritenersi rilevante all’assolvimento degli oneri probatori gravanti sul ricorrente, in quanto episodio isolato e non significativo.
6. Da ultimo, il Collegio si sofferma sui file audio depositati dal ricorrente e relativi alle conversazioni tenute con il Capitano -omissis- in data 15 maggio e 27 novembre 2014.
Trattasi di registrazioni che non sono state disconosciute da controparte e che dunque possono essere oggetto di prudente apprezzamento dal parte del giudice ai sensi dell’art. 2729 c.c. (Cass., Sez. lav., 8 maggio 2007, n. 10430).
Ebbene, dalle stesse non si evince alcun clima di ostilità nei confronti del ricorrente né di riconoscimento del demansionamento da parte del Comandante -omissis- che, peraltro, quand’anche sussistente, non avrebbe alcun valore, poiché il ridetto demansionamento deve essere oggettivo e non certo rimesso alle valutazioni soggettive di chicchessia.
7. Alla luce delle su indicate circostanze, il Collegio ritiene che il ricorrente non abbia adempiuto (né si sia offerto di adempiere articolando prova testimoniale su circostanze in tal senso rilevanti) agli oneri probatori su di esso gravanti in materia.
Come è noto, “in relazione all’imputazione soggettiva dell’onere della prova, la giurisprudenza afferma la natura contrattuale della relativa azione risarcitoria, dal momento che quest’ultima rinviene il proprio presupposto nell’espletamento dell’attività lavorativa da parte del soggetto asseritamente leso e nella ritenuta violazione, da parte del datore di lavoro, dell’obbligo su di esso incombente ai sensi dell’art. 2087 c.c..
Pertanto, alla luce dei principi affermati dall’art. 1218 c.c., grava sul lavoratore l’onere di provare la condotta illecita e il nesso causale tra questa e il danno patito, mentre incombe sul datore di lavoro il solo onere di provare l’assenza di una colpa a sé riferibile.
In ordine all’onere della prova da offrirsi da parte del soggetto destinatario di una condotta mobbizzante, quest’ultima deve essere adeguatamente rappresentata con una prospettazione dettagliata dei singoli comportamenti e/o atti che rivelino l’asserito intento persecutorio diretto a emarginare il dipendente, non rilevando mere posizioni divergenti e/o conflittuali, fisiologiche allo svolgimento di un rapporto lavorativo (T.A.R. Lombardia, Milano, sez. I, 11 agosto 2009 n 4581; T.A.R. Lazio, Roma, III, 14 dicembre 2006 n. 14604);
– in altri termini, il mobbing, proprio perché non può prescindere da un supporto probatorio oggettivo, non può essere correlato in via esclusiva, ma neanche prevalente, al vissuto interiore del soggetto, ovvero all’amplificazione da parte di quest’ultimo delle normali difficoltà che connotano la vita lavorativa di ciascuno (cfr. T.A.R. Lazio, Roma, Sez. I, 7.4.2008 n. 2877);
– in particolare, nell’esaminare i casi di preteso mobbing, il giudice deve evitare di assumere acriticamente l’angolo visuale prospettato dal lavoratore che asserisce di esserne vittima: da un lato, infatti, è possibile che i comportamenti del datore di lavoro, pur se oggettivamente sgraditi, non siano tali da provocare significative sofferenze e disagi, se non in personalità dotate di una sensibilità esasperata o addirittura patologica; dall’altro, è possibile che gli atti del datore di lavoro (pur sgraditi) siano di per sé ragionevoli e giustificati in quanto indotti da comportamenti reprensibili dello stesso interessato, ovvero da sue carenze sul piano lavorativo, o da difficoltà caratteriali, etc.. (T.A.R. Umbria, Sez. I, 24 settembre 2010 n. 469);
– in altre parole, non si deve sottovalutare l’ipotesi che l’insorgere di un clima di cattivi rapporti umani derivi, almeno in parte, anche da responsabilità dell’interessato; tale ipotesi può, anzi, essere empiricamente convalidata dalla considerazione che diversamente non si spiegherebbe perché solo un determinato individuo percepisca come ostile una situazione che invece i suoi colleghi trovano normale;
– tale cautela di giudizio si impone particolarmente quando l’ambiente di lavoro presenta delle peculiarità, come nel caso delle Amministrazioni militari o gerarchicamente organizzate (come i Corpi di Polizia), caratterizzate per definizione da una severa disciplina e nelle quali non tutti i rapporti possono essere amichevoli, non tutte le aspirazioni possono essere esaudite, non tutti i compiti possono essere piacevoli e non tutte le carenze possono essere tollerate: infatti, in questa situazione un approccio condizionato dalla rappresentazione soggettiva (se non strumentale) fornita dall’interessato può essere quanto mai fuorviante” (T.A.R. Piemonte, Sez. I, 10 luglio 2015, n. 1168).
Nel caso di specie, ritiene il Collegio che sia emerso, al più, un quadro di mancata realizzazione di personali aspirazioni del ricorrente ad occupare posizioni gradite che, per legittime esigenze di servizio, egli non ha potuto conseguire.
Conseguentemente, difetta radice uno degli elementi costitutivi della fattispecie foriera di danno e del conseguente obbligo risarcitorio ovvero la condotta mobbizzante o di dequalificazione, ragion per cui il ricorso va respinto.
8. Le spese di lite possono essere integralmente compensate tra le parti avuto riguardo alla natura delle questioni esaminate e alla delicatezza degli interessi coinvolti.

 
 
P.Q.M.
 

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Calabria – Sezione Staccata di Reggio Calabria, definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo respinge.
Spese compensate.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.
Ritenuto che sussistano i presupposti di cui all’art. 52, I comma, D. Lgs. 30 giugno 2003 n. 196, a tutela dei diritti o della dignità della parte interessata, manda alla Segreteria di procedere all’oscuramento delle generalità nonché di qualsiasi altro dato idoneo ad identificare -omissis-.